martedì 17 febbraio 2009

Intervista a Duccio Canestrini 1

Pubblico una prima domanda fatta a Duccio Canestrini (antropologo), autore di "Trofei di Viaggio" sul concetto di souvenir. A questa dovrebbero seguirne altre cinque, sempre che lui abbia la pazienza, il tempo e la voglia di star dietro alla mia sfacciataggine. Per il momento lo ringrazio di cuore.

Antonio Scarponi:
Nel tuo libro descrivi un souvenir come un oggetto complesso con una funzione precisa, quella di "sovvenire", venire in aiuto; come suggerisce l'etimologia della parola stessa. L'aiuto che un oggetto come il souvenir può apportare è, come ci fai notare, molteplice: ricordare un posto, un esperienza; può essere un dono che si porta a coloro che "restano", per occupare il vuoto lasciato nel nostro spazio sociale durante un viaggio - una "vacanza"- ma è anche un oggetto che serve a "produrre" e a costruire un identità. Oggetti che ci "distinguono" dagli altri e che "mostriamo" nei nostri musei privati, le nostre case, adornandole.... Se non ricorso male il significato di ornamento in sanscrito significa "rendere necessario"....

Noi siamo di fronte ad una città (Trieste) che si dice di non avere un souvenir, e che ha espresso la volontà di volerne uno. Quindi il nostro souvenir deve sovvenire in primo luogo la città stessa: fare in modo che essa sia ricordata, che caratterizzi la sua identità, che la "distingua" (in qualche modo) dalle altre città. Forse anche in questo caso il souvenir deve prendere il posto di una vacanza, un vuoto. E' come se, senza souvenir, Trieste, come qualsiasi altro luogo, non "esistesse". Il souvenir ha anche un potere ontologico? Sono i luoghi che creano i souvenir, o i souvenir fanno i "luoghi"? Credi sia possibile contribuire all'identità di un luogo, alla sua trasformazione critica, non ingenua, attraverso il "dispositivo" souvenir?

Duccio Canestrini: Il primo brano in corsivo che mi mandi però non è una domanda.
Nel caso di Trieste che mi esponi mi sembra che si imponga una scelta: democratica o per così dire autarchica e arbitraria. Il marketing territoriale, si sa, non è mai democratico, nessuno chiede agli abitanti di un territorio come vorrebbero comparire nella promozione turistica, no? Quindi o fai una sorta di referendum (che sarebbe anche carino) tra i residenti: tipo qual è l'oggetto che più rappresenta la città di Trieste e che si presterebbe come souvenir (più o meno così). Oppure decidi tu a gamba tesa, secondo le tue ragioni, la tua immaginazione ecc. E poi gliela spieghi. Già questo è un primo passo per muoversi credo. Decidere.
Dai un'occhiata qui: http://architettura.supereva.com/simple/20060116/index.htm magari già risolvi i tuoi problemi, sono architetti italiani che mi avevano cercato per inventare un nuovo souvenir di una città coreana.
Non so se esita un "potere" ontologico, so che il souvenir può averne un profilo. I souvenir "fanno" i luoghi, come giustamente insinui :-) dal momento in cui li rappresentano emblematicamente, sino a diventarne icone per un meccanismo simbolico e/o di pars pro toto.

Contribuire all'identità di un luogo con il dispositivo souvenir: uhm, interessante. Ma richiede una bella e profonda riflessione su che cosa sia l'identità del luogo, o lo spirito del luogo, in che cosa si manifesti, etc. Dopodichè immagino che il processo debba essere anche condiviso, altrimenti ognuno spara la sua. Il che come abbiamo visto è anche possibile. La giustapposizione di un'idea al territorio è stata praticata molte volte. Può anche essere un'idea positivamente provocatoria, se c'è un tessuto sociale abituato a mettersi in discussione, circostanza rara tuttavia.

Non so se ti ho risposto. Come hai capito siamo nell'opinabile. Certo, piuttosto che concepire una banalità, meglio osare, secondo me, e poi il dibattito che ne verrà sarà sempre proficuo...
Mi piaceva l'idea cui mi hai accennato al telefono del souvenir al contrario, i visitatori che lasciano, di loro, un memento...

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